Marketers ed il corso smm "certificato" a livello europeo

L’altro giorno, un tizio di marketers, ci ha sparato un pippotto moralista ed un po’ ipocrita (potete leggere sotto al suo video i miei commenti) sugli antiguru, che sarebbero a suo dire identici ai fuffaguru.

Sempre a suo dire, questi ultimi sarebbero giusto “due o tre” che non dovrebbero portare a generalizzazione, “caccia alle streghe” (aridaje) ed a “rovinare un intero mercato”.

Cioè: a rovinare un intero mercato saremmo noi di Fufflix, capite? Non i cazzari, non i truffatori ma noi che li smascheriamo (e facciamo ottenere migliaia di euro di rimborsi altrimenti mai avuti), visto che avremo anche “secondo fini”. Mica come il signor Pelegatti, che ci spamma il suo corsetto ovunque tra descrizione e video, mentre ci critica perché vogliamo presentarci come quelli “migliori di tutti”, mentre lui prova a posizionarsi come migliore di tutti.

E così, proprio mentre finivo di stendere un pietoso velo su questi rant del wannabe guru antiguru degli antiguru (che al mercato mio padre comprò), mi capita proprio un’inserzione di marketers, con Dario Vignali in persona e promuovere un corso per social media manager “certificato, con crediti professionali” che avrebbero addirittura “validità legale a livello europeo”

Inizia a memarmi in testa il consueto “non lo so Rick” e così approfondisco.

Ora, sulla landing infinita, si parla specificamente di “cfp”, ovvero crediti formativi professionali. Si tratta di crediti che vengono concessi solitamente da ordini e scuole professional specificamente per gli obblighi di formazione continua (lo so bene perché sono quelli che sono obbligato ad ottenere anche io, da iscritto ad un ordine professionale).

Il collegamento con il valore al livello europeo, poi, è un po’ vago, per non dire incomprensibile.

Ma, si sa, qui siamo dei biechi cacciatori di streghe che passano la vita a criticare ingiustamente pore stelle innocenti e bravissimissime. Che trovano peli in gustosissime uova, che dicono che l’uva è marcia perché non ci arrivano e insomma: se semo capiti.

Quindi mi è venuto il dubbio che magari ricordassi male io e che fossi il solito stracciamaroni malpensante. Così ho cercato un po’ di conferme ed ho trovato ad esempio questa fonte.

Si ripete ciò che vi ho detto fin qui: i cfp sono specifici per la formazione continua obbligatoria, che non mi risulta valida per i social media manager, per i quali non esiste ovviamente un albo professionale.

E per la questione del “valore legale al livello europeo”? Minchia Germa come sei pesanteeeeh.

Comunque, su questo aspetto troviamo un dettaglio interessante: nell’ads è usata la parola “framework”, che pare buttata un po’ a caso.

E in effetti esiste un European Qualification Framework, il cui funzionamento è ben spiegato qui.

Parliamo però di tutt’altra roba, come evidente. Non trovo niente che si riferisca a corsi in social media management. Chi li accetta questi cfp? In che senso il corso è certificato? Il quadro europeo delle qualifiche, che in effetti offre la “possibilità ai cittadini europei di spostarsi nei diversi Paesi Europei facendo valere i crediti formativi e i titoli ottenuti nel proprio Paese d’origine;” e serve inoltre ad “agevolare le esperienze di lifelong learning o apprendimento continuo, e cioè la formazione dell’individuo lungo tutto il corso della sua vita”.

Ma non c’entrano nulla i CFP, si parla nel caso di EQF con una griglia di 8 livelli. E parliamo sempre di scuole professionali riconosciute.

Le streghe intorno a me diventano sempre più numerose, mi servono subito un po’ di paglia, legna, una corda robusta, ed una torcia di fuoco.

Battute a parte, sul serio non comprendo in che modo si possa certificare un corso come social media manager, garantendo addirittura una “valenza legale a livello europeo”, quando persino per le lauree non funziona esattamente così ed il riconoscimento non è affatto automatico.

Approfondendo, si capisce che Marketers (come diverse altre realtà formative comunque valide), utilizza questa dicitura poiché si apoggia ad “Alteredu”, che nella sua pagina “chi siamo” scrive:“A Marzo 2020 Alteredu è stata scelta come Pledger nella Digital Skills and Job Coalition della Commissione Europea. La Digital Skills and Job Coalition è la coalizione europea di imprese, enti e no-profit per aumentare le competenze digitali dei giovani europei: ci siamo presi come impegno con l’Europa quello di formare 1000 giovani italiani nel prossimo anno”.

Bene, ma dov’è il riferimento al valore legale ed alla certificazione? Cos’è questa Digital Skills and Jobs Coalition" della Commissione Europea? Parliamo di un ente certificatore in grado di offrire crediti formativi con valore legale a livello europeo? Ovviamente no, perché parliamo di un mero “pledge”, ovvero di una dichiarazione d’intenti.

Come si legge sul sito ufficiale dell’iniziativa, infatti:"* Pledge is a commitment made on top of the core field of activity of an organisation, big or small, private, public, or non-profit, to make a concrete contribution to reducing the digital skills gap in Europe. Pledges are provided in good faith and free of conditions to the beneficiaries".

Ora, a parte avere ennesima quanto neppure necessaria conferma che questo “pledge” ovviamente non certifica nulla né offre crediti professionali con valore legale a livello europeo, è particolarmente significativa la parte finale dove si precis:“Gli impegni sono offerti in buona fede e senza condizioni ai beneficiari”.

Magari, l’amico new age tanto preoccupato per i presunti “guru degli antiguru”, ci può chiarire qualcosa? Insieme alla sua micro-community che tanto odio e definizioni poco cordiali ci ha dedicato sotto il suo video?

E, Alteredu in particolare, come intende spiegare su quali basi parrebbe spingere i suoi partner ad utilizzare certe procedure? Chi ha acquistato la “certificazione” che certificazione non è, immagino, vorrà saperne di più. O no?

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Mah, io sulle certificazioni ho elaborato una mia idea da anni (da quando ho iniziato a lavorare).

Nel 99% dei casi è tutta fuffa e poca sostanza se vengono emesse da aziende private. Esempio. Io lavoro nel campo informatico e tutte le certificazioni vengono emesse, spesso e volentieri, da grosse aziende private. Volendo stare nel mio ramo di system integration ad esempio, ci sono TIBCO, Salesforce, DELL, Oracle e via discorrendo.

Sono riconosciute in tutto il mondo? Assolutamente si, ma chiaramente non è che ti abilitano a svolgere la professione… sono semplicemente un nice to have perché le aziende di consulenza possono piazzarti più facilmente. Tendenzialmente certifichi solo che sei abbastanza competente sulla piattaforma su cui sei certificato.

Questo fa di me un fenomeno? Assolutamente no. Alla fine quello che la fa da padrona è sempre la capacità di ragionare e come affrontiamo uno scenario a livello tecnico.

Chiaramente, anche la mia professione non ha un albo, quindi le certificazioni servono esattamente solo per scopi ‘politici’ aziendali (ed anche per aggiornarsi periodicamente un minimo)

Per me gli unici certificati legalmente validi sono quelli rilasciati dalle università e pure lì potrebbero sorgere problemi perché il riconoscimento del titolo a livello europeo è regolato da accordi tra i vari Stati membri, quindi… poi beh ci saranno sicuramente scuole riconosciute in particolari ambiti che onestamente non conosco.

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Tutto sacrosanto, ma qui parliamo proprio della promessa di una presunta certificazione professionale con valore legale a livello europeo. Comprendi la portata di una simile dichiarazione, per chi deve decidere se comprare o no il corso?

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Si, mi trovo d’accordo.

Fare leva su una certificazione “legalmente valida” (accreditata da chi poi?) per sponsorizzare un corso, la trovo sicuramente una cosa sgradevole.

Poi parlava di crediti professionali… Non si sa nemmeno chi ha accreditato questa certificazione “legalmente valida”, e parla di crediti professionali…

Spammerò questo articolo alla mia rete per evitare che qualcuno ci caschi facendosi ammaliare dalla certificazione

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